- Ma chi ti credi di essere?
- Quello che sono, ed è questo che in realtà ti disturba. Che io sia quello che sono e mi comporti di conseguenza, essendo per di più una donna, poffarbacco... Bello mio per modo di dire, con me caschi male, sai? Ho abbandonato a dodici anni l'idea di aver bisogno del benestare degli uomini. Sono pochissimi quelli che in una disputa teorica o in molte altre situazioni relazionali con me rimangono in piedi, vivi e vincenti. Pochissimi.
Non siamo molto bravi noi umani.
Siamo difettosi, meschini, a volte
facciamo ridere o schifo
e tuttavia passiamo vite intere
a non correggerci.
Aduliamo qualcuno finché siamo convinti
che sarà per noi quello che vorremmo che fosse.
Quando scopriamo che non è così
lo trattiamo come il peggiore dei nemici
e non ci chiediamo mai la misera questione
“C’è una coerenza nel mio andamento? Se sì, quale?”
e altrettanto mai ci rispondiamo
“Non c’è che quella del puro egoismo”.
No, ce ne andiamo inconsapevoli del fatto
che abbiamo fatto sentire quella persona
un oggetto nelle nostre mani,
buttato all’immondizia
e pure con severità
con le spalle piccate, tese all’insù
il culo pizzuto di quando ci rode
perché non ha porto le terga denudate
al nostro desiderio.
Siamo patetici noi esseri umani.
Non sappiamo accettare le critiche
chiediamo “Cosa pensi di me?”
e se ci danno la vera risposta
siamo pronti a chiamare in causa
moralità e Costituzione
e i come ti permetti? e i vaffanculo,
tanto che a me
che spesso ho riflettuto osservando
e qualcosa ho imparato delle cose
piace dire spesso
“Non fare mai domande del genere
se non sei pronto a fare tua la risposta:
qualcuno potrebbe risponderti con sincerità
non trovandoti un Oscar alla carriera in quel momento
e noi siamo anche quanto gli altri vedono che siamo;
fattene la ragione”.
Non siamo ironici noi umani,
non siamo quasi mai in grado di farci una grassa risata
sulle nostre pecche prima che su quelle altrui
andiamo troppo spesso in giro
col dito puntato ma la trave nell’occhio
quando si tratta di giudicare noi.
Non siamo molto radicati a terra, anche,
noi umani.
Parliamo spesso di cambiare il mondo
di lottare per farlo
magari lasciando che il piccolo universo della nostra vita
incancrenisca chiuso ammuffito
perché non siamo capaci di dire un no
a un cugino, a un padre, a un capoufficio
a chissailcazzochì.
Oppure abbiamo sofferto troppo
(siamo umani)
come i neri prima di Obama
i gay prima dei pride
quella bruttona dell'XFactor inglese prima del successo
e incapaci di sopportare la dichiarazione di quel
dolore
perfino con noi stessi
ci mettiamo a fare gli “Io non sento niente, non ho mai
sentito niente”.
Questa, in particolare,
capita spesso a me.
Credo che sia per queste ragioni che a volte
guardo con grande e vera ammirazione
il mio cane
si chiama Tommy
come il film degli Who
doveva essere un toy
e invece adesso pesa cinque chili
e in fondo preferisco così
i toy sono piuttosto innaturali
Tommy che
così semplice nelle sue emozioni
e lineare, semplice, pulito
immune da ogni capitombolo comportamentale
perfino assolto dal dovere
di dover sempre parlare,
lui capace di vivere nel silenzio
assoluto di parole
immune dalle elucubrazioni
dal bisogno di essere assecondato
mi ricorda che forse non siamo veramente noi,
gli esseri umani,
gli esseri superiori di 'sto cazzo
di mondo
e chiedo a Dio,
se il buddhismo è vero,
di farmi reincarnare in un cane
next time.
Magari femmina, non so perché.
«Ti auguro di non incappare mai in quelle ferite che passato il dolore e il dissanguamento ti costringeranno a cambiare profondamente la tua natura. Te lo auguro con tutto il cuore perché nessuna delle due cose in questione è una bella cosa con cui dovere avere a che fare. Ti auguro di restare sempre ingenua, innocente, pura al limite dell'idiozia e del cretinismo, di non scoprire mai che crescere vuol dire imparare a fare male».
Ogni volta che ho voluto un cristiano* fortemente ho saputo benissimo cosa fare per averlo, e il mio cervello ha cominciato a battere al ritmo dell'intro di questa canzone finché non l'ho avuto. Poi di solito mi sono stancata, di averlo o di averlo alle sue condizioni, perché gli uomini visti da vicino sono piuttosto banali e incapaci di non essere i primi schiavi di sé stessi, e in sella ai miei finali migliori - laddove per migliori si deve anche intendere orribilmente indimenticabili e non troppo edificanti per quella che voglio chiamare mia reputazione ufficiale e di cui ben poco m'importa - me ne sono andata. A volte ripenso ai miei pochi amori o troppi flirt passati come a meravigliose guerre, e ne vado fiera. E nessun sentimento di dolcezza, nel caso in cui ne avessi provata, rigurgita con nostalgia a farmi provare rimpianto. Esso se era esistito era poi morto col nome, col cognome, con la memoria relativa, con l'archivio dei fatti ormai passati. Se c'è una cosa di cui sono sicura è che il vero morto o ferito a terra, il vero oggetto della relazione, non sono mai stata io. Che ho lasciato spesso quegli uomini incapaci di star da sé ad altre e mi sono incamminata per i cazzi miei da sola, come la leggenda raccontava tempo fa che fossero gli uomini veri a fare. Che deporrei le armi di distruzione di massa veramente soltanto ne valesse, per una volta, la pena.
Ci sono state notti in cui ho creduto che avrei preferito non scoprire mai cosa c'era veramente al di là del primo fidanzato che avrei potuto sposare, nel luogo del mio «Va bene, giungla, vediamo cosa hai in serbo per me». Ma il rumore dei giorni in cui ho visto come un uomo spesso frana male in compagnia della comproprietaria di una fede maschile al dito, passato il primo entusiasmo, come un uomo impegnato può sbavare intorno a una donna libera, come un uomo libero può valere ben poco, ha presto cancellato quel mio ingenuo residuo di innocenza, e vieppiù alimentato quello che a ragione posso definire disgusto per la maggior parte dei rappresentanti della razza maschile, e la certezza che se dovessi mai intrattenere o amarne ancora o addirittura sposarne uno dovrebbe essere dotato dello stesso valore che riconosco a me. Le probabilità che questo accada hanno lo stesso rapporto che ha il numero 1 col numero 1000000.
La cassiera
Avevo un conto alla Banca di Roma quando non era ancora stata inglobata da Unicredit. Avevo vent’anni e non un lavoro, aprirlo mi era servito a depositare il risarcimento di un incidente stradale del quale ero stata fortunata protagonista. Dico fortunata perché da quello scontro non bello con l’auto che non mi aveva visto percorrere le strisce pedonali erano usciti danneggiati pezzi poco sostanziali, come il mio pèrone destro e il mio setto nasale. Oltre che la mia fiducia nei confronti del fatto che il passaggio dalle carrozze trainate da cavalli al motore fosse veramente un guadagno, per l’umanità.
Studiavo all’università a quel tempo, e andavo a pagare la retta sempre in banca, sempre nell’agenzia vicina a casa che era anche l’agenzia di mia madre, così capitava che non ci andassi soltanto due volte l’anno per pagare il pizzo autorizzato al mio esamificio. Erano quasi tutti uomini i cassieri, di donne solo una: per qualche ragione che non ho ancora rintracciato io andavo sempre da lei. Che era minuta, molto, troppo magra, perennemente vestita di nero per quel poco che riuscivo a vedere, sarebbe a dire il suo mezzobusto, e dotata di un volto, incorniciato da capelli neri e crespi e mai ben curati, che un regista avrebbe scelto subito per il ruolo di una moglie impazzita che vuole tagliare il pene del marito perché nessun’altra donna ne possa mai avere l’uso.
Quando arrivai alla laurea le cose della mia vita mi avevano portato via da quell’agenzia e da Roma, e anche mia madre aveva spostato i suoi risparmi nel da poco nato e più economico conto corrente postale; i poveri più dei ricchi devono stare attenti a cosa fanno coi soldi che hanno, a quanto costa non tenerli in casa.
Fu un giorno nel quale mi trovavo a Roma che mia madre ed io incontrammo la cassiera dell’agenzia nella quale non eravamo più entrate da anni. Aspettavamo un bus. Parcheggiare in centro era diventato sempre meno possibile. In Via Leone IV. Inoltre in bus si può leggere, io porto sempre un libro in borsa, un libro del quale talvolta leggo pagine. Una passeggiata “giù a Roma”, per noi che eravamo di su, di Monte Mario, era per mia madre un’abituale maniera per non ritrovarci chiuse nella casa che ormai era solo sua, quei pochi giorni al mese che scendevo da Milano per lei. Intrattengo un rapporto coi libri per cui mi basta averli e spesso portarmeli dietro, è raro che li legga per intero, sono una persona profondamente incostante e dedita ad approfondire i dettagli di cui mi innamoro piuttosto che a edificare conoscenze panoramiche perfette. Mia madre dice “giù a Roma” intendendo “Roma centro”. Credo che i pochi libri che ho letto per intero sono quelli che amerò per sempre. Di solito per arrivare e tornare da quelle parti del centro prendevamo il bus 913. Forse è per la mia imperseveranza nella lettura che amo la poesia più della prosa. Temporeggio perché…
Camminando avanti e indietro come rincorrendo una palla che rimbalzasse ma che non esisteva se non nella sua testa la cassiera parlava da sola, gesticolando animatamente, a tratti rabbiosamente, con le mani. I suoi capelli non ben curati si erano trasformati in quelli di una donna che decide di non lavarli più. Le gambe, il pezzo inferiore del corpo che finalmente le vedevo, bene avrei preferito non vederlo: nelle scarpe da ginnastica bianche indossate sotto una gonna corta, classica, a tubo, naturalmente nera, nelle scarpe, tra le gambe, tra la pelle delle gambe e le scarpe non c’erano le calze necessarie per il mese in corso, che era novembre, e non un novembre gentile. Pioveva, e lei non aveva ombrello.
Da allora altre cose della mia vita mi hanno riportato a vivere a Roma, e non passa lungo tempo senza che io la incontri d’improvviso per le strade dell’emiciclo nord della città, quello nella quale pur non lavorando più evidentemente lei vive ancora e io di nuovo, in una casa mia, microscopica, non lontana da quella di mia madre.
Non è migliorata mai. È sempre più sporca. Mi spezza il cuore, ogni volta, ogni volta. Non so se mi vede guardarla con la stessa compassione che proverei se fosse mia sorella, perché di fronte al malessere di una creatura è impossibile non sentirsi tutti fratelli sotto lo stesso stronzo tetto che però non ha riparato tutti, non capisco se lo sguardo che a volte fissa nei miei occhi quando succede che l’incontro sia molto ravvicinato ricordi qualcosa di me, di quelle file interminabili davanti al suo sportello che poi mi portavano di fronte a lei, non capisco nemmeno se ricordi qualcosa di sé, non so da dove viene, non so dove va, non so se lo sa almeno lei. Vorrei fare qualcosa, ogni volta. Ma non so mai cosa.
So per certo che quel tuffo che l’ha condotta allo strappo, perché c’è sempre un momento preciso nel quale il cervello decide di non resistere più e si butta a capofitto, seguendo soltanto la legge della gravità, quella che porta tutto violentemente a franare verso il basso, dev’essere stato compiuto senza alcuna protezione, come un corpo nudo, e da un’altezza non favorevole a una buona caduta, come può essere quella di un cielo, e che il mondo che intorno doveva stare a guardare fisso, estraneo, come colline e collinette e altri accessori di un panorama agreste, senza muovere un dito mentre lei rovinava in quell’acqua bassa nella quale da quel momento tenta di nuotare, mai riuscendoci.
Queste parole, inutili a salvarla, sono per lei. Un abbraccio per lei.
Questo racconto è stato scritto per il progetto Auroralia, nato da un'idea di Gaja Cenciarelli, e basato sull'idea di scrivere intorno a questa meravigliosa fotografia di Jerry Uelsmann, La donna volante. Potete trovare il racconto anche qui, insieme a quelli degli altri partecipanti, e leggere i commenti che mi hanno fatto ricordare cosa sono la serietà e l'attenzione attorno alla cosa scritta; e qui, invece, leggere le parole che Jerry Uelsmann ha dedicato al progetto. Dell'amore,
G.
Lasciare chi ancora, in sé, si ama
Metti in scena gli effetti della cosa.
Prima o poi ne sarà vera la causa.
Vorrei essere capace di scrivere nel modo in cui le note perfette di questo brano spiegano come sono delicate le fasi delle progressioni emotive. Qualche volta, mi dico, forse ci sono riuscita.